Vi riporto un bellissimo post scritto da Luciom, considerato un Dio del cash online, davvero un grande.
L’articolo parla di cosa voglia dire fare il giocatore professionista di poker e tocca aspetti che una persona comune nemmeno immagina, ti fa capire cosa si prova spesso, cose che provo anche io (pur non essendo un pro) e non riesco a far capire agli amici… vi consiglio di leggerlo perchè è davvero illuminante
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Giocare a poker professionalmente può esser definito in tanti modi, ma una delle poche certezze è che non è una cosa SEMPLICE.
In questo 3ead proverò a sottolineare gli aspetti + negativi e faticosi della vita del pokerista, non tanto per lamentarmi o attrarre karma negativo addosso, quando per cercare di fare un fotografia quanto + realistica della mia esperienza e di quelle delle persone a me vicine che conosco sufficientemente bene.
Partiamo dalle basi:
Aspetto imprenditoriale
1) La vita del pokerista è a reddito incerto, e anche un giocatore vincente in un periodo temporale non troppo lungo può trovarsi a perdere i suoi soldi mentre lavora.
In questo il giocatore è + assimilabile a un imprenditore che a una libera professione o generico lavoro a P.IVA. Infatti, solo un imprenditore (anche molto piccolo), può vedere come risultato dei suoi sforzi e del suo impegno un risultato che non solo non lo ripaga delle energie profuse, ma che proprio lo danneggia economicamente (perdere denaro).
Già solo per questo, giocare a poker come attività unica o primaria forse è adatto solo a chi, con un percorso non poi così dissimile, avrebbe cmq intrapreso vita permettendo una attività imprenditoriale.
Non c’è assolutamente giudizio di valore quando parlo di questa scelta. E’ solo una accettazione del fatto che probabilmente uno dei motivi principali per cui molti non intraprendono la carriera del PPP è lo stesso per cui molte persone capaci e intelligenti non diventano piccoli imprenditori: le persone sono diverse e per molte è inconcepibile una vita di continuo stress finanziario e incertezza sui risultati.
2) Il poker come attività è un concetto nuovo, nuovissimo, per quasi tutti. Quindi non solo il paragone giusto è quello con il piccolo imprenditore, ma addirittura con il piccolo imprenditore di una attività innovativa, per la quale esistono sì alcuni esempi di successo, ma rari, sparsi, con dati poco noti e tutto sommato in un mondo dai contorni ancora un pò confusi.
Alla “tagliola” dello spirito imprenditoriale si aggiunge quindi anche il concetto di “nuovo”; questo riduce ancora di + il numero di persone che arrivano alla decisione seria di diventare ppp fulltime. Per alcuni, la mancanza di un sentiero già percorso da un numero sufficiente di persone con successo fa perdere la voglia o demotiva; non è facile dedicare la propria vita lavorativa a qualcosa che ancora non è chiaro bene cosa sia, cosa fa ottenere, e cosa richiede.
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Aspetto emotivo
1) Il poker ha un elemento intriseco di fortuna veramente elevato. E’ difficile accettare di intraprendere una attività che mese per mese fa dipendere i propri risultati dalla sorte. Molto difficile.
Ancora + difficile diventa quando i risultati sono anche, in un qualche modo, lo specchio della nostra abilità, perchè dopo tutto per quanti dipendenti dalla fortuna sono anche i soli dati su cui possiamo misurarci.
Questo effetto, quello di avere i propri risultati dipendenti dalla fortuna ma anche unica misura della propria capacità, può fare andare fuori di testa molte persone (me compreso).
In pratica si naviga a vista, mai consci appieno del proprio livello di abilità, talvolta overconfident (quando le cose vanno bene), talvolta depressi o insicuri (quando vanno particolarmente male).
In pratica, il poker tende a fare variare l’opinione che abbiamo di noi stessi + e + volte nel corse dell’anno. E non solo l’opinione propriamente rilevante, cioè quella di quanto (se?) siamo capaci a giocare. Ma talvolta si può scivolare dall’analisi della propria abilità all’analisi di quanto valiamo come persona… e questo può fare soffrire molto, quando l’analisi è negativa.
Vedete, dedicarsi fulltime a una attività, sapendo di stare dando il massimo o quasi, ed esser ripetutamente sbattuti di fronte al “muro” di risultati pessimi (che, vi assicuro, arrivano per tutti i ppp prima o poi), può destabilizzare emotivamente.
Non sono in molti a possedere una fiducia in sè stessi “incrollabile”, nè sono in molti ad accettare questa componente IMPRESCINDIBILE del poker; non è bello, credo, in generale, esser sottoposti a un impietoso esame in periodi casuali della propria vita, senza appello (perlomeno per il periodo presoin cosiderazione).
La vita del ppp è necessariamente costellata di queste vicende introspettive: o si hanno le caratteristiche necessarie per affrontare questi downswing emotivi che dipendono dai downswing con le cartine, o è molto, molto meglio abbandonare l’idea del giocare a poker per vivere.
La qualità della vita è troppo importante per metterla in discussione ripetutamente durante l’anno se non si ha la capacità (o la fortuna) di saper gestire quei momenti che indubbiamente arriveranno, di solito quando fanno + male.
2) Giocare a poker come lavoro è anomalo dal punto di vista dei contatti umani. Questo è vero sia per chi gioca online, sia per chi gioca live. Mi focalizzerò sugli aspetti dell’online perchè sono quelli che conosco meglio, sia come esperienza personale sia come esperienza indiretta della vita di molti miei amici.
Giocando online, spesso accade di giocare nella propria abitazione. Questo preclude innanzitutto ogni tipo di idea di lavoro di team. E l’uomo è un animale sociale, “costruito” biologicamente in genere per svolgere attività in gruppo (+ o meno piccolo), con obiettivi condivisi. Non autoconvincetevi che siete + misantropi della media, o che per voi questa regola non vale. Abbiamo dentro i nostri geni la pulsione a condividere le esperienze con i nostri simili, soprattutto quelle esperienze per cui dedichiamo sforzi continui e duraturi.
Se ci ragionate sopra bene, le esperienze + belle della vostra vita sono tipicamente cose fatte insieme ad altri, con obiettivi condivisi, cose che tipicamente hanno richiesto anche un pò o molto sforzo, tutti insieme, “per il bene comune”. E il raggiungimento del risultato non era solo una x in una tabella, era un insieme di sensazioni di gioia e di soddisfazione, amplificate dal vedere negli occhi delle altre persone insieme a voi lo stesso tipo di emozioni.
Si può obiettare, e c’è del vero, che giocare 3-4 ore al giorno non preclude i contatti umani in generale. Questo è ovvio.
Ma ciò di cui parlo è che se diventate PPP, l’attività principale della vostra vita, quella su cui baserete il resto, quella che vi darà gioie e dolori, e che pagherà le bollette, sarà una esperienza solitaria. Sì, è vero, si può condividere con altri: ma nessuno vive o vivrà la vostra vita per voi; potrete ottenere sorrisi, veri o falsi (invidia) che siano, oppure anche trovarvi di fronte a persone, sia del campo sia non, che fanno spallucce e tutto sommato se ne sbattono del fatto che vi vada fatta bene o fatta male a poker.
Ma è un sentiero tortuoso, in cui si è fondamentalmente soli. Ed essere soli nella attività principale della propria vita, non è cosa da tutti.
Attenti a non sottovalutare questo aspetto.
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Aspetto sociale (rapporto con la società)
1) Il giocare a poker professionalmente, come + volte trattato anche su questo forum, non è tipicamente noto come attività a livello delle persone “normali”. Di questo non ci si può dimenticare. E’ vero, talvolta riuscirete a spiegarvi correttamente e magari anche a farvi considerare delle persone fortunate e di successo, ma fondamentalmente la nostra attività non è capita nè conosciuta. Questo implica una tiritera che all’inizio può apparire anche una curiosità divertente (Spiegare cosa facciamo) ma che alla lunga, almeno a mio avviso, diventa una noiosa scocciatura. Quante volte vorrei poter dire “MEDICO!” e non dover iniziare un discorso ormai rifatto mille volte…
Il fare qualcosa che quando va bene è visto come una curiosità interessante e quando va male come una forma di parassitismo o di problema personale, non è premiante. Non premia gli sforzi di cui abbiamo parlato in precedenza, proprio no.
E qui si torna al concetto di solitudine. Essere capiti da poche, pochissime delle persone che ci circondano… nessuno o quasi che sa come vi sentite, cosa vi sta accadendo, nel bene o nel male… non è facile.
2) Il giocatore di poker sostanzialmente (tolti i casi dei top regular, quelli che battono bene gli altri che giocano per vivere) è una carriera da parassita. Si vince non perchè si è particolarmente bravi, si vince perchè un numero sufficiente di persone decide di buttare via dei soldi, e ci si organizza per essere il + presenti possibile alle donazioni. Si potrebbe analizzare meglio e credo anche che sia stato fatto, ma rimane il punto fondamentale: alla base della piramide ci sono i fish, i perdenti long term, quella massa informe e difforme che mantiene in piedi tutta la baracca.
E’ vero, per molti di loro, si tratta di piccole cifre non “pesanti” sul bilancio personale, perse con regolarità. MA quanto multitabliamo, silenziosi e robottini, avulsi dal mondo, loro non sono per noi persone. Sono numeri e bit, sono il bread and butter della nostra attività.
Questo è disumanizzante ovviamente. Campare dei difetti altrui, non “costruire” nulla.
Certo, per qualcuno che nella propria vita si è sentito schiacciato, umiliato, offeso dalla società può essere una forma di rivincita: il giusto compenso.
Ma per gli altri? per chi desiderebbe solo stare bene con sè stesso, crearsi (o mantenere) una famiglia, e vivere nella normalità e nel benessere?
Non è facile accettare che la propria attività dipende dall’ignoranza, povertà intellettuale, e malattia (a volte così chiamano al dipendenza dal gioco) altrui. Possiamo costruirci uno schermo, una serie di giustificazioni (spesso corrette) del perchè noi ci meritiamo di +, e del perchè lo stiamo prendendo. Ma può durare? è sostenibile per un individuo sano fare, per molti anni, qualcosa che fondamentalmente è, moralmente, “BRUTTO”?
non bisgogna mollare….non scoraggiarsi…
Davvero un Pensiero che assomiglia davvero molto al mio soprattutto nei momenti in cui si perde e si incomincia a sentirsi soli e depressi…ma se facciamo questo “mestiere” e perchè non abbiamo mai Mollato!! Davvero Complimenti! Gl ai tavoli
Preciso che l’articolo non è mio, come scritto in cima, cmq si… a volte è proprio dura, ma mollare è sbagliato